2 giugno 2015


È stata approvato dalla Camera nelle scorse settimane il Disegno di Legge delega per la riforma del Terzo Settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del Servizio civile universale. Il provvedimento, che in Italia riguarda circa 680.000 dipendenti, 270.000 lavoratori esterni e oltre quattro milioni di volontari, ora passa all’esame del Senato.

Uno degli elementi interessanti del provvedimento è che finalmente esiste una definizione più chiara di Terzo Settore, e che vengono conseguentemente messe alla porta quelle realtà che di fatto non possono far parte dell’associazionismo, quali ad esempio i sindacati o i partiti politici.

La riforma proposta, nonostante abbia il plauso della maggioranza di Governo, sta suscitando comunque molte perplessità. Ci riferiamo in particolare alle posizioni riportate da due articoli di stampa (che ti invitiamo a leggere) in cui si evidenziano alcuni limiti che dovrebbero essere corretti, secondo gli autori e gli intervistati, dall’aula di Palazzo Madama.

Al di là degli aspetti legati alla copertura economica, il provvedimento suscita allarmismi per il forte rischio che le organizzazioni no-profit diventino presto delle profit, per la paura che la mancanza di un organi di controllo permetta la costituzione di fittizie onlus in grado di svolgere attività illecita, e per il rischio che, viste le agevolazioni fiscali per il Terzo settore, ci sia una corsa al ribasso dei servizi offerti, con una graduale perdita di qualità.

Inoltre partendo da questi timori, si aggiunge la preoccupazione che la nuova norma possa essere l’inizio di una vera e propria privatizzazione del welfare, virando la natura e la funzione stessa del terzo settore verso un’impostazione imprenditoriale e privatistica, dal momento che, cosa vietata fino ad oggi, nel testo approvato è prevista la possibilità per le imprese sociali di potere ripartire gli utili. Come tutti sanno infatti l’impresa sociale si caratterizza per l’assenza di carattere lucrativo, i cui gli utili sono destinati a essere reinvestiti per il miglioramento del servizio sociale offerto.

Il rischio di tale atteggiamento è che il ruolo delle onlus sia spinto più verso logiche di mercato che verso la qualità del servizio, di fatto anticipando, o contribuendo, come abbiamo già più volte ribadito sulle pagine di questa newsletter, a una sempre maggiore privatizzazione del welfare e dei servizi.

È importante continuare a vigilare per cercare di capire dove stiamo andando!  


 

Leggi l’articolo del Corriere sociale

 

Leggi l’articolo di Saluteinternazionale


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