7 marzo 2017

 

Ospitiamo in questo numero della newsletter l’intervento del Professor Alberto Giannini, dirigente medico della Terapia Intensiva Pediatrica dell'Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, che interverrà alla nostra tavola rotonda in occasione della Giornata mondiale dell’emofilia il prossimo 20 aprile a Milano.

 

Sono trascorsi quindici anni da quando Hilmar Burchardi, ex presidente della European Society of Intensive Care Medicine, scrisse in un editoriale di Intensive Care Medicine che «è tempo di riconoscere che le Terapie intensive devono essere un luogo dove l’umanità abbia alta priorità. È tempo di aprire quelle Terapie intensive che sono ancora chiuse». L’intervallo di tempo trascorso da allora ha portato certo a dei cambiamenti nella direzione indicata da Burchardi ma l’«apertura» delle Terapie intensive, anche se non è più un «sogno», certamente è ancora lontana dall’essere una piena «realtà».

Ma cosa significa in concreto “aprire” la Terapia Intensiva? Terapia Intensiva “aperta” non significa solo prolungamento dell’orario di visita di familiari e amici ma, più in generale, impegno perché alle competenze professionali e all’alta tecnologia si associno nella cura del “paziente critico” capacità di relazione e di incontro. L’apertura della Terapia Intensiva si esprime quindi non solo sul piano temporale ma anche su quello fisico e relazionale. Il paziente, ad esempio, potrà essere accarezzato, baciato, tenuto per mano e potranno essere messi definitivamente da parte gli indumenti protettivi, come camici, guanti e mascherine, che non hanno alcuna dimostrata utilità. Crescerà inoltre la cura per una comunicazione attenta e partecipe con i familiari, facendo ogni sforzo perché essa non risulti, al contrario, compressa, frammentata ed inefficace come molti studi hanno mostrato accadere spesso in contesti di particolare complessità come appunto quello della medicina intensiva.

Per molti medici e infermieri l’espressione Terapia intensiva «aperta» rappresenta tuttora una sorta di ossimoro cioè, in sostanza, una condizione irreale dove sostantivo e aggettivo sono in netta e insanabile contrapposizione (come, ad esempio, quando si utilizza l’espressione «ghiaccio bollente»).

Questo punto di vista è in buona misura coerente con la storia che abbiamo alle spalle. Infatti, a partire dalla loro creazione meno di cinquant’anni fa e per molti anni a seguire, le Terapie intensive sono state reparti «chiusi» dove cioè l’accesso di famigliari e visitatori era considerato sfavorevolmente e, quindi, molto limitato. Tale strategia è stata principalmente motivata dai timori riguardo al rischio di infezioni, l’interferenza con le cure al paziente, l’aumento dello stress per pazienti e famigliari, e la violazione della confidenzialità delle informazioni. Così per molti anni l’ammissione di un paziente in Terapia intensiva ha seguito quello che potremmo chiamare il «principio della porta girevole», cioè quando il paziente entrava, la famiglia veniva mandata fuori. La logica che si può rintracciare in questi inveterati comportamenti è quella che in funzione di un obiettivo strategico di primaria importanza come la vita e la salute del paziente, si possa procedere a una sorta di «sequestro» del paziente stesso. La riduzione o l’abolizione dei contatti con il proprio mondo degli affetti sarebbero il ragionevole prezzo da pagare per un beneficio d’entità nettamente superiore, quali sono appunto vita e salute.

Tuttavia, non soltanto le ragioni per limitare le visite non hanno fondamento, ma vi sono solidi argomenti a favore della liberalizzazione dell’accesso in Terapia intensiva per le famiglie dei pazienti. Le conoscenze attuali hanno dimostrato che la separazione dai propri cari è una significativa causa di sofferenza per il paziente ricoverato in Terapia intensiva e che, per la famiglia, potergli far visita in qualunque momento rappresenta uno dei bisogni più importanti.

Non è sempre facile «aprire» le nostre Terapie intensive. Questo comporta necessariamente un’alterazione dei ritmi e delle regole di una tradizione radicata e rassicurante. È una scelta che chiede di rinnovare o rimodulare parte dei nostri comportamenti, che impegna a individuare soluzioni originali per ogni singola realtà, che richiede periodiche verifiche e che, infine, ha bisogno di essere ri-motivata nel tempo. Ma quello che occorre soprattutto è un certo grado di cambiamento culturale e una seria riflessione sul valore e la qualità dei rapporti con i pazienti e le loro famiglie.

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