31 maggio 2016


Si sono tenuti il 27 e il 28 aprile scorso a Roma gli Stati Generali della Ricerca Sanitaria. Due giorni per fare il punto sullo stato delle ricerca biomedica in Italia, ma soprattutto per guardare avanti e capire quali iniziative prendere per il settore.

I risultati presentati se da un lato sono incoraggianti – l’Italia è infatti il quinto Paese al mondo per pubblicazioni scientifiche prodotte, il dodicesimo per investimenti in ricerca biomedica e l’ottavo per peso di investimento in ricerca biomedica rispetto al totale destinato a ricerca e sviluppo –, dall’altro nel nostro Paese la ricerca difficilmente sfocia in brevetti in grado di dare vita a un percorso industriale concreto. Il che si traduce molto semplicemente nella difficoltà ad attrarre investimenti e nella conseguente fuga del personale più qualificato.

Le novità emerse dalla due giorni romana sono di ampia portata e riguardano non solo il numero dei ricercatori, dal momento che si prevede nei prossimi anni di assumere circa 20.000 nuove unità, ma si annunciano anche interessanti per il capitolo sulle retribuzioni.

Un aspetto troppo spesso dolente è infatti legato alla bassa retribuzione di chi fa ricerca in Italia: i guadagni sono molto bassi. Quasi un niente se paragonato agli stipendi dei ricercatori negli altri Paesi.

Per individuare nuove strade e invertire la tendenza, alla due giorni romana il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha voluto mettere al centro del futuro della ricerca italiana il ruolo dei ricercatori, proponendo un nuovo disegno del loro percorso professionale da regolamentare entro la fine di quest’anno. In sintesi, tale percorso si basa su contratto di lavoro a lungo termine, ovvero di dieci anni con possibile rinnovo di cinque, una carriera a “piramide” con vari step e la possibilità, dopo quindici anni, di rimanere nel settore della ricerca o di entrare nell’organico del Servizio Sanitario Nazionale. Il tutto a patto che il ricercatore sia valutato positivamente sulla base di parametri predefiniti e che l’istituto di ricerca disponga di adeguate risorse economiche. L’obiettivo è dunque dare certezza per il futuro ai ricercatori, innalzando gli stipendi, anche per garantire la permanenza del personale qualificato nel territorio nazionale nel tentativo di battere quella che in gergo viene ormai definita la fuga dei cervelli.

Per quanto riguarda il trattamento economico – ha sottolineato il Ministro – una parte sarà fissa e una parte variabile, legata alle performance del singolo o dell’Istituto dove lavora”.

Proprio per quanto riguarda il finanziamento alla ricerca, nel corso degli Stati Generali delle Ricerca è stato ricordato che il Governo ha stanziato oltre 2,5 miliardi di euro, di cui un quarto dedicato alla ricerca in campo sanitario.

Sull’argomento è intervenuto anche il Presidente della Repubblica, ricordando che “Investire nella ricerca vuol dire investire nel nostro futuro e far crescere le potenzialità del Paese. Per questo deve diventare una delle priorità dell’agenda italiana, anche perché è un modo per dare opportunità alle giovani generazioni ed evitare che alcuni tra i migliori siano costretti a costruire altrove il proprio percorso professionale”.

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