5 aprile 2016


Questo articolo è stato scritto dal Federico E. Perozziello (www.filosofia-medicina.net), uno dei relatori al convegno che si terrà il prossimo 21 aprile presso l’Acquario Civico di Milano in occasione della Giornata mondiale dell’emofilia.

 

Quando si cerca di definire cosa sia la salute in quanto tale, le cose non appaiono semplici. L’Organizzazione mondiale della Sanità (O.M.S. o W.H.O.) ha cercato da tempo di precisare in modo coerente il concetto di salute. Quello formulato nel lontano 1948 è ancora oggi alla base della valutazione ufficiale del termine, che viene affermato consistere in “… uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non soltanto di assenza di malattia …”   Secondo l’OMS o WHO (World Health Organization), la promozione della salute andava intesa come un processo dinamico, un percorso che consentisse alle persone di esercitare un controllo attivo sul proprio benessere per migliorare la qualità della vita. La salute doveva essere vista come una risorsa della vita quotidiana, una modalità esistenziale che contemplasse l’adesione a uno stile di vita positivo. Una visione di tipo globale e naturalmente un po’ retorica, che portava con sé una valutazione della persona intesa come un essere umano dotato di una cognizione precisa su cosa fare e dove dirigersi. La concezione dell’O.M.S. era sostenuta da un presupposto idealistico e utopico, relativo ad una promozione e una educazione alla salute come elementi di una medicina intesa in senso generico. Secondo la WHO la salute diveniva una modalità di valorizzazione delle risorse da utilizzare attraverso un accrescimento delle capacità dell’individuo. Tuttavia il concetto di salute non è sempre stato un qualcosa di assoluto, ma è cambiato nel corso del tempo, adeguandosi ai diversi contesti culturali. Nella seconda metà del secolo scorso, con il progredire delle conoscenze epidemiologiche, si è passati da un concetto di salute basata sull’assenza di malattia all’aspirazione ad un benessere fisico, mentale e sociale. Un’ipotesi di tipo comunicativo e mediatico, piuttosto che realmente raggiungibile. Una visione che ha favorito lo sviluppo di una medicina diretta a promuovere uno stato di salute in senso astratto e assoluto. Si è dichiarata un’attenzione primaria al benessere dell’individuo, impiegando un gran numero di risorse nei confronti di coloro che in altri tempi sarebbero stati definiti sani, piuttosto che verso i malati.

Dopo aver sconfitto la maggior parte delle malattie infettive, grazie agli antibiotici e alle vaccinazioni, si è elaborato un passaggio di tipo ideologico nella tutela sanitaria, come era avvenuto a suo tempo per l’intervento dello stato nella lotta alla tubercolosi e alle altre malattie infettive diffuse su larga scala. La promozione della salute è stata considerata in senso idealistico come si trattasse di uno stato esistenziale alternativo. Una condizione difficile da accettare in modo sicuro, perché ci si muove su di un terreno concettuale e filosofico, oltre che scientifico, alquanto scivoloso. Alla base di questa difficoltà non è stata tanto l’impossibilità di poter dare della salute una definizione universalmente accettata, quanto piuttosto l’impaccio concettuale nel definire un criterio di normalità utilizzando una rassicurante logica binaria. Le persone infatti non sono mai completamente sane o completamente malate, nonostante la metodologia scientifica induttiva cerchi di inserire gli esseri umani in una di queste due categorie. Definire questi due stadi, la salute e la malattia, attraverso la logica del tutto o nulla, risulta essere una sicurezza statistica, ma si rivela un vero e proprio fallimento epistemologico. Se l’essere umano deve essere considerato come un’entità formata da molto di più della somma delle proprie cellule, degli organi e del sistema nervoso centrale, dobbiamo ricordare la irripetibile dimensione di persona, una valutazione quest’ultima di tipo culturale, piuttosto che biologica. La componente organica si fonde così con quella psicologica e sociale in modo inestricabile, in un contesto storico di riferimento. Uno scenario, quello psicologico, sociale, biologico e storico, che permette di valutare lo stato di salute o quello di malattia non solo come un criterio assoluto, quanto piuttosto come un indice di sopportazione del disagio esistenziale più o meno sviluppato e articolato. Nessun essere vivente è mai, in alcun momento dell’esistenza, completamente sano o totalmente malato. I meccanismi di omeostasi e di riequilibrio dalle influenze esterne sono invece capaci di assicurargli una condizione di relativo benessere in contrasto con le forze che si oppongono ad una condizione di vita soddisfacente. Se riduciamo il concetto di salute a una mera visione quantitativa del numero di anni vissuti, tutto potrebbe sembrare più semplice. A quel punto basterebbe valutare l’incremento dell’aspettativa di vita e tutto finirebbe in questo contesto. Tuttavia è nostra comune esperienza che vivere una vita lunga e quasi interminabile potrebbe non bastare, potrebbe non essere sufficiente a bilanciare il sentimento di incompletezza esistenziale che genera angoscia e con cui tutti dobbiamo, prima o poi, fare i conti. Senza questa disposizione dell’animo umano non esisterebbero le Arti e neppure le Scienze, non esisterebbe neppure il desiderio di conoscenza cui siamo in un certo senso condannati, dal momento che come specie abbiamo rotto il patto di acquiescenza al destino naturale dei viventi.

In un passato remoto gli esseri umani si sono ribellati al programma di morte e di termine esistenziale irrevocabile loro destinato. Una fine che non presentava alcuna salvaguardia della loro individualità. In questo modo hanno inaugurato un’epoca diversa, basata sul tentativo di conoscere il mondo che li circondava e di trovare in questo le risorse per migliorare la propria condizione. Hanno affermato una dignità di individui cui doveva essere riservato un tempo diverso, più esteso di quello breve e previsto dal contesto naturale, programmato unicamente alla riproduzione della specie. In questa disposizione affrontiamo le domande che il vivere ci rivolge, a volte ignorando quanto l’agire sia figlio di un complesso passato biologico e culturale, due fattori inestricabilmente legati tra di loro. Liberi apparentemente di sentirci bene, oppure male, a seconda di uno stato dell’essere che ci trasciniamo dietro spesso inconsapevoli. Aderiamo ai nostri comportamenti e li viviamo senza conoscerne a fondo la natura e l’articolazione. Ci manifestiamo come una contraddizione vivente, la quale tuttavia funziona, si adatta all’ambiente che la circonda e continua ad immaginare il proprio futuro.

 

Bibliografia di riferimento

  • Quaranta I., Antropologia Medica. I testi fondamentali, Milano, 2006.

  • Kleinman A., Concepts and a model for the comparison of medical systems and cultural systems, Soc. Sc. Med. 1978 Apr; 12 (2B): 85-95.

  • Perozziello F. E., Storia del Pensiero Medico, V volumi, Fidenza (PR), 2007-2010.

  • Geymonat L., Storia del pensiero filosofico e scientifico, Milano, 1970.

  • Scheper-Hughes N. e Margaret Lock M., The Mindful Body: A Prolegomenon to Future Work in Medical Anthropology, Medical Anthropology Quarterly. (1): 6-41, 1987.

  • Bert G., Medicina narrativa. Storie e parole nella relazione di cura, Roma, 2007.
  • Byron J. Good, Narrare la malattia. Lo sguardo antropologico sul rapporto medico-paziente, Torino, 2006.
  • Perozziello F. E., La Logica e l’Informatica ed i loro rapporti con la Medicina. Considerazioni sulla necessità di una maggiore consapevolezza del pensiero medico. Giorn. It. Mal. Torace, 59, 6, 427-440, 2005.
  • Thagard P., Conceptual Revolutions, Princeton University Press, 1992.
  • Perozziello F. E., Sulla condizione umana. Riflessioni mediche e antropologiche, Fidenza (PR), 2013.
  • Sito web: www.filosofia-medicina.net  
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