1 dicembre 2015


Molti di voi avranno letto sui giornali o sentito alla televisione che, in seguito a una Direttiva europea dal 25 novembre scorso, i medici ospedalieri dovranno rispettare nuove regole per l’orario di lavoro e per i riposi obbligatori.

A dire il vero la Direttiva data del 2003 (2003/88/CE), ma la sua applicazione per i dipendenti della sanità è stata ripetutamente messa in deroga, anno dopo anno, mentre per altre categorie era già stata applicata nel 2003 stesso (DLeg. 66/2003).

Perché solo adesso? E cosa comporta per i medici ospedalieri e per i pazienti in particolare?

Bisogna innanzitutto dire che l’applicazione della norma non è stata attuata seguendo un percorso strategico che assicuri una più adeguata organizzazione del lavoro e una sostenibilità delle attività verso i malati, ma risponde essenzialmente a una serie di infrazioni alle norme comunitarie che Bruxelles ci ha contestato.

Per chi lavora in ospedale cambia tutto. Un esempio? Le norme che regolano il turno di notte. Dopo aver “fatto la notte” il medico generalmente lascia l’ospedale, anche se fino ad oggi capitava sovente di fermarsi fino alla pausa per il pranzo per aiutare i colleghi e contribuire alle attività del mattino. Bene, tutto questo non si potrà più fare!

Il rischio, già sottolineato dai sindacati, da molti medici e dagli attenti osservatori del mondo sanitario, è che si vada ben presto verso una carenza dell’organico necessario per far fronte a un’assistenza sostenibile. È evidente infatti che in alcune strutture, ove il carico di lavoro è particolarmente oneroso o dove si trattano pazienti che hanno bisogno di assistenza continua, l’obbligo al riposo – sacrosanto diciamo noi – rischia di creare dei “buchi” nella cura dei malati.

Subito si è pensato a come superare questa criticità: da un lato sarebbe necessario assumere un discreto numero di nuovi medici – stabilizzando nel contempo i precari – che secondo le prime stime varierebbero da 5.000 a 20.000. Un numero importante che, oltre ad avere dei tempi di attuazione chiaramente non brevi, si scontra con l’attuale blocco delle assunzioni e l’assenza di un rinnovo contrattuale per il personale medico. Una seconda opzione, non alternativa alla prima, riportata in un articolo del Corriere della Sera riprende il concetto che “…per legge si dovrebbero dare indicazioni di massima che andrebbero applicate con un po’ di buon senso in rapporto alle circostanze e alle necessità. E poi lasciare che siano i medici e chi dirige gli ospedali a decidere cosa fare in una certa circostanza o in un’altra...”. Il che vorrebbe dire “con un po’ di buon sensocontinuare a fare come si fa oggi, basandoci sulla buona volontà del personale medico.

Come si vede la situazione è confusa: l’unica cosa certa è l’incertezza!

Il sistema si è trovato di fatto impreparato ad applicare una norma che esiste “solo” da 13 anni e che rischia, per l’ennesima volta, di ribaltarsi sul paziente e sul servizio che questi ne riceve dal nostro Sistema Sanitario Nazionale.

 

Leggi gli articoli su Salute internazionale e sul Corriere della Sera.

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