2 giugno 2014


 

Intervista a Luigi Solimeno, Direttore del reparto di Ortopedia e traumatologia del Policlinico di Milano.

 

Fondazione Paracelso. Il danno articolare è uno dei problemi maggiori per gli emofilici. Ci può spiegare perché e in che cosa consiste la terapia?

Luigi Solimeno. In mancanza di trattamenti farmacologici, una delle conseguenze più frequenti dell’emofilia è il sanguinamento nelle articolazioni, in particolare di quelle del ginocchio, della caviglia e del gomito. Evidentemente è importante una profilassi preventiva attraverso l’infusione del fattore di coagulazione di cui il paziente è carente, oltre a una fisioterapia adeguata fatta precocemente o a un’attività fisica necessaria a muovere le articolazioni in maniera corretta senza sforzo (come, per esempio, il nuoto).

Quando il danno articolare inizia a diventare serio, ci si trova davanti a due strade: la prima, meno invasiva, consiste nella cosiddetta “pulizia articolare” fatta attraverso un intervento in artroscopia; la seconda, più complessa ma al contempo maggiormente risolutiva, comporta l’inserimento di una protesi in sostituzione dell’articolazione danneggiata. La principale difficoltà a scegliere se sottoporsi all’intervento riguarda l’età del paziente. I pazienti giovani (30/40 anni) sono portati a rimandare, perché hanno dei dubbi sulla durata delle protesi e temono, di conseguenza, di doversi sottoporre a più interventi nel corso della vita. E questo è un errore. Se è necessario, non bisogna aspettare e rimandare l’impianto della protesi, perché più il tempo passa, più l’osso rischia di degradarsi e l’intervento diviene sempre più invasivo. Una protesi, inoltre, dura un tempo variabile tra i 10 e i 25 anni, a seconda del paziente, delle condizioni dell’osso in cui viene impiantata e in funzione delle condizioni d’uso dell’articolazione stessa.

Il fattore tempo gioca dunque un ruolo determinante. È importante scegliere quando fare l’intervento e pertanto è indispensabile monitorare la situazione, almeno una volta all’anno, per intervenire al momento giusto.

 

Fondazione Paracelso. In questo quadro, quali possono essere le prospettive per il futuro e che cosa si possono attendere i pazienti?

Luigi Solimeno. Per quanto concerne le protesi, ci auspichiamo che le aziende che le producono possano innovarle ulteriormente, individuando nuovi materiali e nuovi design per poterle adattare meglio alle necessità dei singoli pazienti e realizzare, quindi, protesi che abbiano una minore invasività. In particolare per quei soggetti che dovranno sottoporsi, nel corso della loro vita, a interventi multipli.

Possiamo dire che i traguardi già oggi raggiunti sulle protesi del ginocchio sono più che soddisfacenti, mentre per quello che riguarda, per esempio, le protesi delle caviglie, a causa del minor numero di interventi in questo distretto corporeo, esse sono meno adattabili alle specificità del malato.

In futuro, per gli emofilici potrebbero esserci novità importanti qualora, attraverso interventi di terapia genica, sia possibile risolvere il problema alla radice. Ma su questo, che non è il mio campo, non so dire di più.

Infine, ci sono diversi esempi di trapianto di cartilagine, che a mio avviso non danno i risultati sperati, in quanto nell’emofilico è proprio il sanguinamento congenito che danneggia la cartilagine. Per cui, dopo poco tempo si è da capo. Le terapie a base di acido ialuronico possono essere utilizzate unicamente come interventi temporanei in grado di produrre benessere e sollievo nel paziente soltanto per qualche mese.

 

Fondazione Paracelso. Una volta inserita la protesi, quanto dura in media la riabilitazione e quanto è possibile recuperare?

Luigi Solimeno. La riabilitazione post operatoria ha la stessa importanza dell’intervento. È sicuramente molto impegnativa per il paziente nel corso del primo mese, è necessaria fino al 3° mese e fino al 6° la frequenza delle sedute dipende dalla risposta del paziente. Successivamente si dovrà sempre tenere in movimento l’articolazione, sia attraverso sedute di fisioterapia, sia praticando uno sport adatto, come bicicletta, nuoto o palestra. Sconsigliati sono invece gli sport in cui il ginocchio può essere sottoposto a torsioni come il calcio, il tennis o lo sci.

Quanto alla seconda parte della domanda vorrei risponderle portando come esempio un nuovo programma: stiamo pensando di far partecipare alla prossima maratona di New York dei pazienti emofilici che hanno subito l’intervento di protesi del ginocchio. Siamo convinti che ciò sia possibile, scegliendo dei soggetti che evidentemente presentano anche le caratteristiche fisiche adatte a partecipare a una corsa di 42 km. Come vede mi sembra che l’intervento possa riportare il paziente alla sua vita normale. Forse con qualche precauzione in più.

 

Fondazione Paracelso ha sviluppato, in collaborazione con il dottor Solimeno e fin dal 2009, il progetto Passo dopo passo rivolto ai pazienti emofilici che hanno la necessità di ricorrere alla chirurgia ortopedica.

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