25 marzo 2014

 

 

Intervista a Claudio Jommi, Direttivo del CERGAS-Università Bocconi e Docente presso l’Università degli Studi – Piemonte Orientale, che interverrà alla tavola rotonda del simposio dal titolo “I pazienti, risorsa inutilizzata del sistema sanitario”, in programma per la Giornata mondiale dell’emofilia il 12 aprile prossimo a Milano.

 

Fondazione Paracelso. Alla luce del quadro descritto nell'ultimo rapporto OASI sul sistema sanitario italiano, ritiene necessario ripensare le strategie gestionali e di investimento? In quale direzione?

Claudio Jommi. Il sistema sanitario italiano è caratterizzato da un posizionamento favorevole dal punto di vista economico-finanziario. La spesa sanitaria pubblica in percentuale sul PIL è inferiore a quella di molti Paesi UE, il tasso di crescita della spesa è stato relativamente basso, la spesa privata non ha avuto un aumento consistente e la sua quota rispetto alla spesa complessiva è in linea con gli anni passati, il disavanzo sanitario è stato particolarmente contenuto negli ultimi anni. Il contenimento della spesa ha ovviamente generato alcune problematiche, quali tempi rilevanti di attesa per le prestazioni a carico del sistema pubblico, ritardi nell’accesso ad alcune tecnologie, ivi inclusi farmaci, ed un progressivo invecchiamento del personale del SSN. L’equilibrio economico-finanziario è stato relativamente raggiunto sulla spesa corrente, ma ingenti sono i debiti pregressi, importanti le variabilità interregionali e si sono sostanzialmente ridotti, se non annullati, gli investimenti infrastrutturali nel SSN. In prospettiva, in previsione di una pur debole ripresa economica, sarebbe opportuno ripensare al SSN come investimento per il Sistema-Paese e, anche, come volano economico. Sarebbe anche utile riflettere sul principio di legislazione concorrente in materia sanitaria, garantendo maggiore equità di accesso alle prestazioni da una parte, ma evitando che venga sminuita l’autonomia a livello locale, che è condizione essenziale per una effettiva responsabilità nella gestione delle risorse.

 

Fondazione Paracelso. Nei paesi europei le comunità dei pazienti vengono abitualmente coinvolte in percorsi di analisi, ricerca e valutazione in sanità (es. elaborazione di linee guida, Health Technology Assessment). In Italia no. Quali sono i motivi e cosa sarebbe necessario fare per promuovere tale prassi, indicata a livello internazionale?

Claudio Jommi. I motivi sono parecchi, ma credo che le principali ragioni siano due. La prima è che l’intervento delle associazioni dei pazienti è spesso ricondotto alla pressione per ottenere la disponibilità di prestazioni e tecnologie a carico del SSN e a garantire una sostanziale equità, più orizzontale (pari accesso per pari bisogno) che verticale (diverso accesso per diverso bisogno). Ne è una dimostrazione indiretta anche il peso assunto dalle organizzazioni di tutela dei diritti dei cittadini rispetto a quella delle singole associazioni dei pazienti nel dibattito pubblico. La seconda ragione è la diffidenza generalizzata verso indicatori di esito umanistici (patient reported outcome) e le preferenze espresse dai pazienti. Sarebbe necessario: da una parte promuovere nelle associazioni dei pazienti una maggiore (i) competenza tecnica, per essere interlocutori riconosciuti dalle istituzioni, (ii) capacità di leggere in modo critico l’accesso di nuove tecnologie non costo-efficaci e (iii) sensibilità verso forme di compartecipazioni alla spesa accettabili; dall’altra un maggiore riconoscimento da parte dei soggetti pubblici del ruolo dei pazienti nella valutazione di impatto delle tecnologie.

 

Fondazione Paracelso. Un’osservazione fatta da medici, infermieri e altri operatori sanitari che seguono per lungo tempo pazienti con malattie croniche è “il mio paziente conosce la sua malattia meglio di me”. Come si può sfruttare l’esperienza fatta dai pazienti sulla loro malattia per migliorare il Sistema Sanitario?

Claudio Jommi. In primo luogo dando ai pazienti la possibilità di esprimere la propria valutazione soggettiva sullo stato di salute. Esiste ormai un rilevante investimento sulla misurazione della qualità della vita; eppure questa viene spesso trascurata nelle valutazioni di esito finalizzate a riconoscere la rimborsabilità di un farmaco o di una tecnologia sanitaria. Il fatto che gli operatori sanitari siano così vicini ai pazienti è un modo importante per veicolare ai pagatori l’opinione dei pazienti stessi nella valutazione di una nuova tecnologia. Sempre più, infatti, clinici e, in misura minore, altri operatori sanitari, svolgono attività di supporto ai pagatori nella valutazione di nuovi farmaci e tecnologie. L’altro aspetto da considerare è l’impatto sociale delle patologie. In presenza di logiche di silos budget è immediato ragionare per settori di spesa, ma il punto di vista più appropriato per le valutazioni di impatto economico è quello sociale. Il coinvolgimento dei pazienti consente di portare avanti valutazioni con prospettive più ampie, che considerino anche i costi dell’assistenza informale al paziente, quelli delle prestazioni sanitarie pagate privatamente e quelli collegati alla perdita di produttività. Infine le associazioni dei pazienti dovrebbero essere sistematicamente coinvolte nei processi di valutazione, in particolare quando la l’effetto sulla qualità di vita e di tipo sociale risulta particolarmente rilevante.

 

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