11 marzo 2014

 

 

Intervista ad Andrea Gardini del Consiglio Direttivo di Slow Medicine che interverrà alla tavola rotonda del simposio dal titolo “I pazienti, risorsa inutilizzata del sistema sanitario”, in programma per la Giornata mondiale dell’emofilia il 12 aprile prossimo a Milano.

 

Fondazione Paracelso. Slow Medicine è, come affermate, innanzitutto “un’idea”. Può spiegare ai lettori della nostra newsletter quali sono queste idee per un nuovo modo di intendere le cure?

Andrea Gardini. L’idea di una slow medicine nasce dalla consapevolezza che le cure di buona qualità rendono sostenibile il sistema perché, oltre a essere appropriate, fanno spendere molto meno. Da ciò la prima connotazione: quella di una cura sobria, cioè equilibrata e riflessiva. La seconda connotazione, quella di “rispettosa”, si riferisce all’attenzione che chi cura deve avere nei confronti di chi viene curato: un’attenzione reciproca che diventi sempre più alleanza terapeutica. La terza, “giusta”, si riferisce al fatto che è sempre bene fornire le cure più appropriate alle persone giuste, nel momento più opportuno; e che queste cure non possono che essere offerte a tutti gli esseri umani, con pari dignità di accesso alle cure migliori.

 

Fondazione Paracelso. Anticipando quello che sarà il tema del nostro convegno annuale, quale è la vostra idea sul ruolo del paziente nel percorso di cura?

Andrea Gardini. È ormai dimostrato che i pazienti affetti da malattie croniche (a titolo esemplificativo: scompenso cardiaco, insufficienza renale cronica, diabete, …) se coinvolti attivamente nel progettare le cure in loro favore, stanno meglio, incontrano minori situazioni critiche e vanno incontro a un numero inferiore di ricoveri in ospedale.

 

Fondazione Paracelso. In Italia un paziente riesce spesso a ottenere cure adeguate ma non il rispetto dei propri diritti. Quali azioni concrete porta avanti Slow Medicine per modificare questo delicato aspetto?

Andrea Gardini. In tema di diritti quello di una cura appropriata e accessibile è fondamentale. L’appropriatezza deriva dalle capacità del medico di sceglierele cure, assieme al paziente, secondo un giusto equilibrio fra i bisogni della persona e le cure di efficacia dimostrata. Oggi, grazie anche al progetto di Slow Medicine “Fare di più non significa fare meglio”, molte società medico scientifiche stanno scegliendo – alcune lo hanno già fatto – i trattamenti ad alto rischio di inappropriatezza. Per quanto riguarda l’accessibilità è innegabile che il servizio pubblico garantisce l’accesso a tutti i cittadini, ma ciò non succede laddove i servizi sono privatizzati o spezzettati in mutue. Un sistema che in Italia è stato superato 35 anni fa e che non può ritornare, pena una grave ferita ai diritti di uguaglianza.

 

Fondazione Paracelso. Slow Medicine è per analogia con Slow Food, un modo per fermarsi a riflettere sulle nostre azioni e la nostra quotidianità. Come si sposa una medicina che “riflette” con le moderne conquiste della scienza in campo medico?

Andrea Gardini. Si sposa benissimo, proprio perché le nuove conoscenze acquisite in questi ultimi anni non devono essere usate male, ma vanno conosciute e utilizzate al meglio sulle persone che ne hanno proprio bisogno. La riflessione e lo studio sono sempre stati elementi importanti di una buona medicina: difficilmente possono essere automatizzati da macchine, rigidi protocolli, imposizioni, pressioni del mercato. Se una cura ha molte prove di efficacia per quel tipo di persone affette da un certo tipo di problema di salute essa dev’essere somministrata proprio a quel tipo di persone, ma a nessun altro.

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